Mediterranea

Che bella, che peccato...

Non sono un architetto. Non sono un tecnico. Non sono un’esperta in materia e neppure un’appassionata. Sono soltanto una cittadina che spesso passa sul lungotevere davanti al Museo dell’Ara Pacis. Per tanti motivi, una pizza, una passeggiata in centro, un appuntamento, una mostra, un giro turistico per la città soprattutto se vengono amici stranieri che vogliono vedere l’Urbe. E passo spesso di lì perché è il tratto di collegamento tra il Lungotevere e Piazza Augusto Imperatore, una via a scorrimento veloce, su cui le macchine sfrecciano senza sosta mattina e sera, provocando tutta una serie di problemi fra cui l’inquinamento acustico, quello atmosferico e le vibrazioni continue sono soltanto alcuni.

L’impressione che si ha passando di lì è per tutti la stessa: ma che ci sta a fare in quel punto l’Ara Pacis, schiacciata fra il lungotevere da una parte e la Chiesa di San Rocco dall’altra, in una striscia di terra stretta e lunga come una ferita?

Il turista inesperto pensa che sta lì perché è lì che è stata eretta da Augusto nel 9 a.C. al suo ritorno dalle campagne in Gallia e in Spagna. Ma non è così. Lì l’Ara Pacis c’è stata portata. Nel 1937, per volere di Mussolini, per la solita propaganda politica, che ha segnato e segna tutt’ora l’infelice storia di questo capolavoro dell’età classica. Perché l’Ara in realtà venne eretta nel  Campo Marzio, luogo bellissimo, ricco di amene passeggiate, con un bosco sacro, al confine settentrionale della città.

In seguito a causa del continuo processo di interramento dell'intera area causato in gran parte dagli straripamenti del Tevere dell’Ara Pacis si perse anche la memoria. Il suo recupero, iniziato nel XVI secolo, si concluse, tra ritrovamenti fortuiti e scavi mirati, solo quattro secoli dopo con la ricomposizione del monumento, avvenuta nel 1938, sul Lungotevere, per scelta  del Ministero per l'Educazione Nazionale, nell’area prospiciente il Mausoleo di Augusto, i cui scavi erano appena terminati, per fare di questa zona un centro di memorie augustee e confezionare un «cuore» storico-mitologico, una linea genealogica che partendo dalla  Roma antica arrivasse direttamente alla città moderna e al moderno impero...

Ora Roma nel ’38 era decisamente diversa da oggi. Il Lungotevere di Ripetta era un posto decisamente più tranquillo e il Mausoleo di Augusto non era la triste discarica che è adesso. Ma con il passare del tempo l’Ara Pacis si è trovata ad affrontare una prova ben più grande degli straripamenti del Tevere:  i capolinea dell’Atac e il traffico romano.

Si comincia a parlare di questo scempio lento ma inesorabile. Dopo anni, incalzato dalla scadenza giubilare, il sindaco Francesco Rutelli vuole  un’opera, nel centro storico, di tempestiva e programmatica visibilità, e di sicura propaganda politica che sancisca il rapporto fra città antica e contemporanea, considerando anche che era dai tempi della caduta del fascismo che non si realizzava un’opera di architettura nel centro storico, e, senza concorso pubblico, affida i lavori di ristrutturazione della Piazza a Richard Meier architetto in linea con gli stilemi del genere "Movimento Moderno".

Così, scusate la brutale sintesi, si butta giù il grosso involucro progettato da Moretti nel 1938, si tira su il grosso involucro progettato da Meier nel 1996 e si costruisce un pediluvio per accaldati turisti in cerca di refrigerio, perché chiamarla fontana mi sembra esagerato. Io stessa mi sono molto divertita a rinfrescarmi le mani nella graziosa cascata che movimenta il mastodontico muro di travertino, abbagliante nelle giornate di sole…

Cos’è cambiato? Beh, l’ara pacis è stata restaurata e ci voleva proprio, spero che la struttura di Meier la protegga meglio dalle vibrazioni rispetto alla precedente un po’ troppo vetusta, per il resto abbiamo un’altra scatolotta di vetro al posto di una scatoletta di vetro.

I turisti dicono che bello, e anch’io dico che bello, tutte le volte che passo, perché l’Ara Pacis è proprio bella, indubbiamente bella. Non siamo sicurissimi che fosse proprio così nell’originale, ci sono dei dubbi sull’assemblamento dei marmi, ma quando la guardi, caratteristica questa delle opere d’arte, ti senti meglio, ti senti bene, infonde piacere. E’ talmente bella l’Ara Pacis che anche inscatolettata rende accettabile persino la scatoletta, come una bella donna in un vestito qualunque.

Si poteva fare di meglio? Credo di sì. Si poteva spostare l’Ara magari in un posto più tranquillo, più ampio, senza inquinamento acustico, atmosferico, senza vibrazioni, che le desse giustizia. Si poteva evitare di soffocarla in mezzo a tutto quel marmo (ma Meier lo sa che ai matrimoni non ci si veste di bianco per non essere confuse con la sposa?), si poteva evitare di costruire una vasca per pediluvi collettivi, si poteva restituire ampiezza allo spazio di fronte alle due bellissime chiese che fanno da sfondo all’Ara. Tante cose si potevano fare con quei 36 miliardi di vecchie lire che sono stati spesi. Ma io non sono un architetto, non sono un tecnico, non sono un’esperta in materia e neppure un’appassionata. Sono soltanto una cittadina che spesso passa sul lungotevere davanti al Museo dell’Ara Pacis e pensa: ”Che bella, che peccato…”

Sonia Conversi


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